Un giorno in Moschea

E’ la più grande Moschea d’Europa e uno dei centri islamici più attivi in Italia. Per chi abita a Roma è sufficiente prendere il trenino da piazza del Popolo (quello che porta a Viterbo) e scendere un paio di fermate dopo. Relativamente vicina al centro storico, quindi, ma sorprendentemente lontana per la particolare atmosfera che vi si respira. Tant’è che, una volta arrivata, mi sono chiesta se per caso non avessi viaggiato attraverso uno Stargate…

Mondi dentro mondi di cui so poco o nulla. Un concentrato di energie, cultura, tradizione, umanità nella stessa città in cui sono cresciuta. Del resto è proprio grazie al fotografo dei migranti della capitale, Stefano Romano, che vi sono potuta entrare. Poche ma essenziali raccomandazioni – il capo ben coperto, i piedi scalzi, gli spazi riservati alle donne…il porre attenzione a non camminare di fronte a un fedele in preghiera – mi hanno orientato in modo discreto in uno spazio del tutto nuovo.

Gli aspiranti fotografi di cui Stefano è insegnante hanno quindi mosso i loro passi, e fatto i loro primi scatti, alla ricerca di una relazione speciale, non invasiva, con gli uomini e le donne che animano il luogo. Noi ragazze siamo state affidate a Jamila, che con un dolce sorriso ci ha tenute accanto a sè per tutto il tempo della preghiera. Perchè in effetti non siamo proprio entrati come turisti, perlomeno non nel tempo che solitamente viene dedicato alle visite. Il punto di vista privilegiato è stato quello della preghiera del venerdì, quando centinaia di persone accorrono per il loro rituale sacro.

Abbiamo atteso oltre un’ora prima dell’inizio del rito. Seduta in un angolo, con la schiena appoggiata alla parete decorata con un mosaico di pietre colorate, ho osservato l’andirivieni delle donne e dei bambini. Il quieto attendere delle più anziane, le preghiere e lo studio delle ragazze, il via vai per le abluzioni purificanti, i giochi spensierati dei bambini. La piccola Nadyya corre e si lancia con le ginocchia sul morbido tappeto arabescato, che come un lago placido ricopre l’intero spazio della Moschea. Le colonne candide sorreggono la cupola, là in alto, e prendono la forma dei rigeneranti alberi da frutto delle oasi nel deserto. Nadyya corre e gioca con la sorella grande, che poi si siede accanto alla nonna e legge ad alta voce, orgogliosa, i versetti in arabo del loro libro sacro. La piccola continua i suoi saltelli, abbraccia le colonne, si nasconde e riappare, incrociando anche i miei occhi che la seguono divertita.

Ai suoi giochi si unisce Iba, di circa tre anni, e assisto al nascere di un’amicizia improvvisata. Altre donne si affiancano al gruppo, lasciando le borse ai piedi delle colonne. Si salutano, sorridono, coccolano i bambini. La piccola Iba mostra le cicatrici sulle caviglie e sulle gambe. Le sue spiegazioni sono in arabo e non posso comprendere le sue parole. Dallo sguardo delle donne, dalle tonalità delle voci che rispondono e commentano, capisco però che per la piccola Iba si è trattato di un incidente grave e l’affetto nei suoi confronti sembra intensificarsi.

Ma il muezzin richiama alla preghiera. La sua voce è sonora e colma tutte le cavità del luogo, espandendosi sicura. E richiama me alla memoria di quel lontano viaggio a Mostar, in Erzegovina, quando per la prima volta mi ritrovai sulla cima di un minareto e a metà giornata le voci dei muezzin si confusero nell’aria con le campane della chiesa dall’altra parte del fiume. Vissi un attimo di fusione dove ogni contrasto sembrava potersi dissipare nel grigio azzurro del cielo che ci sovrastava tutti.

Chiudo gli occhi e forse mi assopisco, durante il discorso dell’imam – la khuṭba – nella lingua che non conosco. E poi tutti si alzano in piedi, formando file orizzontali, spalla contro spalla. La voce dell’assemblea risuona come un tuono attutito e potente. Osservo un’altra nonna con le sue nipotine: la più grande alla sua sinistra, la piccola alla sua destra. Indossano un velo rosa acceso, in armonia con il colore delle loro tute di cotone. Durante l’attesa, erano le due sole bambine sedute, quiete e con il viso serio, fuori dai giochi infantili dei loro compagni. Ora sono lì in piedi, ai fianchi della nonna imponente, e seguono a modo loro ma con estrema serietà tutte le fasi della preghiera dei grandi. Solo la piccola, a mani conserte, tiene gli occhi aperti. Guizzano qua e là, come a voler controllare che tutto proceda…

Il piazzale all’aperto della grande Moschea risplende nel sole del primo pomeriggio. Ritrovo Nadyya che corre verso il cancello d’uscita. A furia di rotolarsi a terra, nonostante la morbidezza del tappeto, le sue calze si sono rotte e un ginocchio fa capolino, leggermente sbucciato. Ma certo non ci fa caso. E’ l’ora di pranzo e con i suoi familiari si siede al tavolo pieghevole di una delle bancarelle che, appena fuori del centro islamico, richiamano i fedeli e noi visitatori emanando profumi stuzzicanti. Con uno spiedino di pollo alla paprika dolce in mano e una confezione di cous cous a portar via, percorro quell’ultimo tratto di marciapiede che mi separa dalla mia realtà abituale. Una delle tante realtà possibili, non l’unica, non la migliore.

A cura di Laura Bartoletti

 

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